BENVENUTI SU TORINO KRAV MAGA!


Il sito www.torinokravmaga.com nasce come punto di riferimento a Torino del

Krav Maga e Kapap-Lotar della Israeli Martial Arts Academy.

 

La Israeli Martial Arts Academy (IMAA) è una ASD fondata a Barge dal Maestro Ferdinando Torrano.

Il Maestro Torrano tiene i suoi corsi nel Pinerolese, mentre nella zona di Torino ci sono io, Giovanni Carella, a rappresentare la IMAA.

 

Non è mio interesse avere la presunzione di essere il migliore, quella la lascio pure agli altri.

Ho però la certezza che la costanza e la forza di volontà possono farci raggiungere i traguardi sperati.

 

A maggior ragione nel settore della difesa personale dove ci si allena a sopravvivere ad aggressioni armate e non, è fondamentale non credere mai di essere invicibili perchè questo è possibile solo nei film.

L'unica possibilità che si ha è quella di allenarsi tanto e bene.

Voglio sottolineare il fatto di allenarsi bene, perchè come non mai è importante la qualità dell'allenamento in quanto è inutile imparare tanti movimenti belli e coreografici ma impossibili da applicare durante un'aggressione reale.

Perciò è meglio allenarsi partendo da quelli che sono gli istinti innati dell'essere umano, e da lì sviluppare semplici tecniche e tattiche che ci possono permettere di salvarci e di salvare la vita.

 

Vi auguro buona navigazione sul sito, e buon allenamento.
Se non avete praticato mai Krav Maga, vi consiglio di provarlo anche solo per curiosità.
Ne rimarrete affascinati.

 

Ricordatevi sempre che è importante avere i mezzi giusti per poter lottare per la propria sopravvivenza in caso di necessità.

 

Mai arrendersi, sempre avanti fino alla fine,

 

USQUE AD FINEM

 

 

I.M.A.A.

"Astenersi chi cerca un passatempo, un hobby.

I miei corsi sono frequentati da allievi non clienti, non vendo tecniche ne anima.

Non c'è quota mensile ma ognuno contribuisce per ciò che puo' alle spese dell'associazione.

 

Chi paga e vuole distrarsi...se ne vada al cinema,giusto per essere cordiale; chi vuole pezzi di carta a pagamento...si compri la carta igienica e ne faccia appropriato e consigliato utilizzo.

 

Il gruppo IMAA è malfrequentato, siamo gentaglia, rozzi a volte, combattenti e uomini fallibili, le tutine sgargianti e la pelle priva di lividi non rende onore al nostro metodo.

 

Siamo un gruppo di rinnegati arroganti senza dei...ma siamo un gruppo di amici con esperienze diverse che stanno facendo un percorso umano insieme, che si arricchiscono vicendevolmente; impariamo a combattere per la vita, per essere migliori, noi l'Ego lo usiamo come sparring da massacrare!

 

Comunque chi volesse venire a conoscerci si presenti con pezzi di carne cruda e tanta prudenza, del portafoglio non ce ne fotte un.....sono le anime che ci interessano!!"

 

M° Ferdinando Torrano

La I.M.A.A. a Barge con il M° Torrano
Video di Krav Maga del Maestro e amico Cristian Burde, uno dei miei punti di riferimento per quanto riguarda il Krav Maga.

NEWS

Aggressioni di coltello nella realtà.
Questo video è dedicato a chi sostiene che il Krav Maga non sia valido, e solo chi è abituato a combattere (MMA, Thai, Lotta, Boxe, ecc...) può avere la meglio in uno scontro per strada...ecco la prova che i colpi nei genitali e negli occhi (i più utilizzati nel Krav Maga e nel Kapap-Lotar) tirano giù anche i più grandi, grossi ed allenati campioni di MMA. Come sempre meglio allievi della realtà che maestri dell'illusione!
Corso per Operatori della Sicurezza presso la sede dell'Orbassano Boxe
Stage del 09/03/2013 con il M° Torrano presso la sede dell'Orbassano Boxe
QUEST'ANNO A CAUSA DI SOPRAGGIUNTE ESIGENZE LAVORATIVE NON SI TERRANNO A TORINO CORSI DI
KRAV MAGA - KAPAP LOTAR I.M.A.A.
 
CONTINUATE A VISITARE IL NOSTRO SITO PER RESTARE SEMPRE AGGIORNATI.
 
BUON ALLENAMENTO A TUTTI!

 

 

BLOG

mar

26

mar

2013

Precisazione sul Krav Maga e sul Kapap-Lotar

Spesso mi trovo a parlare con amici o con altri esperti di arti marziali - sport da combattimento - difesa personale (o pseudo tali) e salta fuori un discorso che voglio chiarire brevemente.

 

Il Krav Maga e il Kapap non sono nè uno sport da combattimento nè un'Arte Marziale.

 

Sembra una cosa banale ma così non è.

Difatti questa distinzione è fondamentale, e la si deve tenere sempre a mente se ci si vuole allenare in modo efficace nella difesa personale.

Su un ring o un tatami salgono due atleti il cui obiettivo è vincere, "fare punto"; sanno che daranno e prenderanno calci, pugni, gomitate e ginocchiate, sanno che chi hanno di fronte è un atleta, conoscono i suoi punti forti e i punti deboli. 

 

Per strada c'è una dinamica completamente diversa.

C'è un'aggressione magari preceduta da un'intimidazione verbale, paraverbale o anche non verbale e soprattutto c'è l'arroganza e la presunzione da parte dell'aggressore il quale è convinto di poter avere la meglio sulla vittima designata, altrimenti non l'avrebbe neanche scelta.

 

Ed è proprio qui che il krav maga e il kapap (eseguiti ad un livello basico) possono funzionare.

Sulla gestione della paura, e non la paura agonistica, ma la paura vera, quella per la nostra vita o per quella di chi ci sta vicino.

Possono funzionare perchè possiamo prendere di sorpresa il nostro aggressore, in alcuni contesti se possibile anche anticipando un suo attacco (anche se legalmente potremmo avere dei problemi...).

Funzionano come risposta ad un'aggressione o come anticipo ad essa. 

 

Su un ring non funziona così perchè si è entrambi pronti allo scontro ancora prima di salire sul ring. Si deve essere in grado di gestire le energie per un x numero di round di x minuti. Per strada invece non è così.

 

Quindi paradossalmente, un buon praticante di krav maga si potrebbe difendere efficacemente per strada, poi salire su un ring ed andare giù dopo 10 secondi. Così come l'atleta potrebbe vincere diversi incontri su un ring e finire all'ospedale perchè ha avuto la peggio durante un tentativo di rapina.

 

Come potete notare, però, ho sempre usato il condizionale in quanto questo non vuol dire che chi fa MMA, Thai, ecc... non si sappia difendere, anzi; questo ragionamento vuole semplicemente essere un spunto di riflessione per rendersi conto che bravura dal punto di vista atletico ed esperienza nella difesa personale non sempre e non per forza devono andare di pari passo.

 

Questo non toglie che secondo me è bene fare esperienze a 360°: lotta, thai, judo, mma, aikido, wing tsun, karate ecc. 

Ovunque c'è da imparare, e soprattutto non è detto che le nostre tecniche di krav maga e kapap (che comunque derivano dalle arti marziali e sport da combattimento sopra menzionate e non solo) vadano a buon fine e quindi l'aggressione potrebbe degenerare in una sorta di "zuffa" in piedi e a terra, una via di mezzo tra un combattimento ed un'aggressione, che è necessario saper gestire sempre nell'ottica della difesa personale.

 

Per questa ragione, nel sistema insegnato dalla IMAA, a livello basico si eseguono tecniche di difesa personale sulla dinamica aggressione-reazione.

Continuando nella pratica invece si inizieranno ad analizzare ed effettuare dei veri e propri combattimenti nei quali si è uno contro una o più persone, con caschetto e guantini e si combatte a tutte le distanze, in piedi e a terra ma sempre tenendo presente (per esempio a terra) che se abbiamo la possibilità andiamo subito a colpire zona genitale e zona viso (occhi naso ecc), quindi si esegue il tutto sempre tenendo presente che stiamo praticando difesa personale e non uno sport. 

 

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lun

24

set

2012

Brevetti legalmente validi in Italia

Facciamo chiarezza sulla validità legale dei brevetti o diplomi da istruttore.

 

Quando un brevetto è legalmente valido? In caso di contenzioso in tribunale, quando si può legittimamente affermare che si è abilitati a svolgere determinate mansioni in forza di un titolo riconosciuto?

La L.R. n. 61 del 01/10/2002 art. 8 - comma 3, sancisce che nelle palestre, nelle sale ginniche, e in tutte le strutture sportive aperte al pubblico dietro pagamento di corrispettivi a qualsiasi titolo, anche sotto forma di quote sociali d’adesione, i corsi finalizzati al miglioramento dell’efficienza fisica devono essere svolti con la presenza di un istruttore qualificato specifico per disciplina. Precisando che si intende istruttore qualificato per disciplina solo quelli in possesso di brevetti rilasciati dalla Regione, o dalle Federazioni Nazionali o Enti di Promozione Sportiva riconosciuti dal C.O.N.I.
In ogni caso sono ritenuti validi anche i titoli rilasciati dagli Enti pubblici o eventuali titoli accademici, come la laurea in Scienze motorie ma in tal caso sono da considerarsi professionisti.

Ovviamente i suddetti brevetti per avere validita legale devono essere emessi direttamente dai suddetti Enti preposti o dalle federazioni riconosciute dal C.O.N.I. e NON IN MODO INDIRETTO.

Pertanto si ribadisce che un'associazione sportiva (tutte le varie A.S.D.) che in Italia rilascia direttamente attestati, brevetti, o titoli fornirà ai propri allievi e ai propri tecnici "soltanto" un titolo associazionistico che ha valore esclusivamente nel proprio ambito ma che non fornirà nessuna garanzia in ambito legale e anche fiscale, tranne nel caso in cui l'ASD ha stipulato una convenzione nazionale con un Ente o Federazione riconosciuta dal C.O.N.I. e faccia rilasciare i relativi attestati.

PERTANTO FACENDO UN ESEMPIO: un diploma emesso ad es. dalla F.I.N.M.H. (una qualunque delle ASD non riconosciute dal CONI ma semplicemente affiliate ad un Ente di Promozione Sportiva riconosciuto dal CONI) non fornirà nessuna garanzia in ambito legale e anche fiscale; per avere valenza il diploma stesso dovrebbe essere rilasciato DIRETTAMENTE dall'Ente di Promozione Sportiva con il quale la federazione privata in questione è affiliata, non basta il brevetto rilasciato dalla stessa federazione seppur riporta il logo dell'ente con il quale è affiliato.

PER VEDERE QUALI FEDERAZIONI o ENTI DI PROMOZIONE SPORTIVA siano riconosciuti dal CONI collegatevi al sito www.coni.it .
 
FACCIAMO ATTENZIONE QUINDI ALLA DISINFORMAZIONE.

 


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mar

11

set

2012

Legittima Difesa (Art. 52 c.p.)

Art. 52 c.p. :
Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa.
La scriminante in questione è da considerare manifestazione del principio di autotutela privata consentita dall’ordinamento, in deroga al monopolio statuale dell’uso della forza, nei casi in cui, in presenza di un’aggressione contro beni individuali, l’intervento pubblico non possa essere tempestivo e dunque efficace.
Elementi costitutivi:
1. Una situazione aggressiva.
2. Una reazione difensiva.
Entrambi gli elementi sono connotati da rigide condizioni.
La situazione aggressiva.
Tale situazione è delineata dal legislatore in termini di pericolo attuale di un offesa ingiusta ad un diritto proprio o altrui.
E’ necessario in primo luogo che il pericolo sia eziologicamente riconducibile ad una condotta umana, che può essere tanto attiva che omissiva. Non necessariamente deve trattarsi di una condotta colpevole e dunque sorretta da dolo o colpa.
E’ un offesa non iure e non già contra ius.
Deve considerarsi ingiusta anche l’offesa incolpevole quale quella proveniente da soggetti non imputabili, o immuni, da chi versa in stato di necessità o in stato di legittima difesa eccedendone i limiti.
Nell’ipotesi di legittima difesa reciproca per stabilire quali dei due contendenti potrà usufruire della scriminante in questione dovrà adottarsi un criterio cronologico, ascrivendo carattere di ingiustizia all’azione iniziale e scriminando la condotta successiva.
Oggetto dell’aggressione può essere qualunque diritto, da intendersi come situazione soggettiva giuridica attiva.
Soggetto passivo dell’offesa può essere non solo l’autore della reazione difensiva ma anche un terzo, ricorrendo in questo caso la figura del soccorso difensivo.
Perché sussista la scriminante in questione non è necessario che la situazione aggressiva si sia interamente realizzata, bastando il pericolo della sua realizzazione, ossia l’elevata probabilità della realizzazione dell’evento lesivo:
Attualità del pericolo: 1. Imminenza (pericolo incombente al momento del fatto).
                                   2. Persistenza (aggressione iniziata non si è ancora conclusa).
Difetterebbe il requisito dell’attualità del pericolo nei reati abituali, ove la reazione intervenisse negli intervalli dei singoli episodi
offensivi, potendo in tali casi ricorrersi efficacemente alla tutela statuale.
Sebbene l’art. 52 c.p. non lo indichi espressamente la giurisprudenza afferma costantemente l’inapplicabilità della scriminante in questione nei casi in cui l’agente si sia volontariamente messo nella situazione di pericolo.
La reazione difensiva.
Necessità di difendersi: il pericolo non può essere evitato se non reagendo contro l’aggressore;
Possibilità di fuga: la valutazione sulla possibilità di fuga, che escluderebbe la scriminante va effettuata in relazione agli interessi in gioco, escludendo la rilevanza della possibilità di fuga solo quando si verrebbe a provocare a sè o ad altri un danno maggiore rispetto a quello derivante dalla reazione lesiva.
Proporzione: la reazione difensiva deve essere infine proporzionata all’offesa minacciata. Il raffronto deve essere svolto tra le offese comparate tenendo conto dei beni su cui le stesse incidono.
Beni omogenei: è sufficiente confrontare l’intensità dell’offesa;
Beni disomogenei: si deve fare ricorso alla gerarchia dei valori dell’ordinamento giuridico e poi al grado di intensità dell’offesa.
Il requisito della proporzione va valutato con un giudizio ex ante mettendo al raffronto non le offese rispettivamente subite ma quelle che l’aggredito poteva ragionevolmente temere dall’aggressore con quelle da lui prodotte al suo antagonista.
La nuova ipotesi di legittima difesa di cui ai commi 2 e 3 dell’art. 52 c.p.
Proprio sul requisito della proporzione è intervenuta la legge 59 del 2006 con cui sono stati inseriti nel corpo dell’art. 52 due nuovi commi:
“nei casi previsti dall’art. 614, 1 e 2 comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma, se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:
a) la propria o l’altrui incolumità;
b) i beni propri o altrui quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione;
 la disposizione di cui al 2 comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale”.
La natura della nuova scriminante:
a) ipotesi speciale: elemento di specialità è costituito dalla riconsiderazione del requisito della proporzione, presunta nell’ipotesi in cui il reato sia commesso all’interno di un determinato contesto (la violazione di domicilio).
Nuova causa di giustificazione: i due requisiti di liceità speciale non hanno nulla a che vedere con la legittima difesa di cui al primo comma.
Si tratta in particolare del riconoscimento a priori di una facoltà legittima in capo al soggetto, presente in determinati luoghi e detentore dell’arma.
Presupposto oggettivo: La violazione di domicilio.
Natura doppiamente propria: legittima presenza sul luogo, legittima detenzione dell’arma.
Tutela della propria o altrui incolumità: tale espressione dev’essere riferita all’ambito individuale in particolare ai beni della vita e dell’integrità fisica dei singoli e determinati individui.
Quanto alla tipologia dei beni tutelati si dibatte se debbano ricomprendersi anche le libertà individuali (è preferibile la posizione estensiva).
I beni propri o altrui: solo nel caso in cui il soggetto debba difendere i beni patrimoniali, ha l’onere di provocare la desistenza dell’aggressore, facendoli percepire la potenzialità di un’offesa difensiva.
Pericolo di aggressione: non è un duplicato del pericolo attuale previsto dal primo comma. La dottrina maggioritaria è orientata nel ritenere che attraverso tale requisito, il legislatore abbia voluto fare riferimento all’ipotesi in cui, a seguito di un pericolo attuale di offesa a beni patrimoniali, dopo l’invito a desistere, si verifichi un pericolo di aggressione alla persona, sebbene non  attuale.
In questo modo il legislatore avrebbe autorizzato la vittima ad agire in via anticipata.
Precisazioni della giurisprudenza.
Secondo la Cassazione la modifica in questione ha riguardato solo il concetto di proporzionalità fermi restando i presupposti dell’attualità dell’offesa e della inevitabilità dell’uso delle armi come mezzo di difesa della propria o altrui incolumità.
Secondo la Corte non è più ammesso da parte del giudice la messa a confronto dei beni giuridici oggetto dell’offesa e della difesa e dei mezzi utilizzati.
Ciò, però, non comporta anche il venir meno del sindacato del giudice sugli ulteriori requisiti del primo comma e cioè la attualità dell’offesa ingiusta e la inevitabilità della difesa.
In particolare con riferimento a tale ultimo presupposto, la reazione è necessaria quando è inevitabile, vale a dire non sostituibile da un’altra meno dannosa, sempre secondo una valutazione ex ante.  
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lun

03

set

2012

Fudoshin

FUDOSHIN

Rappresenta la capacità di rimanere calmi e distaccati quando ci si trova in una situazione di pericolo per una minaccia o di fronte ad una difficoltà grave. 

E’ uno stato d'imperturbabilità (FUDO o Ugokazu = Stabilità, Forza , Equilibrio, ; SHIN o Kokoro = cuore-mente-spirito). 

Una dimensione mentale filosofica di un'arte marziale (di regola giapponese) che contribuisce all'efficacia del professionista veterano.

E’ uno spirito di calma irremovibile e determinazione, di coraggio senza avventatezza, di stabilità radicata sia nel regno mentale, sia nel regno fisico. Come un salice, possenti radici affondano nella terra mentre flessibili e tenaci rami oppongono, ai venti che soffiano, una leggera accomodante resistenza.

Se si ha il "fudoshin" sviluppato, si potrà reagire alle avversità della vita con mente aperta e serena. Si userà la ragione e non si agirà con l'immediatezza dettata dalla paura, dalla rabbia, o dal panico. Se si reagirà in base a queste emozioni le decisioni, di certo, non saranno rivolte al successo.

La calma è la “conditio sine qua non" per l'esistenza del "fudoshin". Come da proverbio, è veramente la virtù dei forti. Facile è farsi coinvolgere dall'ira, o dal panico ma difficilissimo è rimanere tranquilli, indifferenti. Ascoltate la calma e la ragione vincerà! Vi farà avere la meglio in ogni situazione di disagio, o di pericolo.

Come si può sviluppare il "fudoshin"? Bisogna imparare a monitorare le proprie emozioni. Non che si debba diventare sordi ad esse ma, solo, saperle mettere da parte per, poi, poter ragionare con razionalità, cioè con "sangue freddo" su quale sia l'azione più giusta da intraprendere. 

 

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sab

01

set

2012

Bushido - I guerrieri di ieri e i guerrieri di oggi

IL BUSHIDO


Vediamo ora come il buddhismo Zen si è unito allo Shinto ed alle arti marziali per dare origine al bushido. La via del guerriero, bushido, era strettamente connessa con lo Zen da una parte e con le arti marziali (budo) dall’altra e può essere intesa come una religione dell’azione eroica. Il cosciente e predestinato completamento dell’azione eroica era la morte: la morte in battaglia oppure raggiunta tramite il suicidio rituale effettuato con la cerimonia del seppuku, che poteva avvenire per lealtà (chu), per senso del dovere (giri) o per seguire nell’al di là il proprio signore: junshi, o seppuku della felice partenza.


Nell’Hagakure, che è un manuale di comportamento del 16° secolo, c’è un passo divenuto famoso:


“…Bushido significa la determinata volontà di morire. Quando ti troverai al bivio delle vie e dovrai scegliere la strada, non esitare: scegli la via della morte. In ciò non porre alcuna speciale ragione e la tua mente sia salda e pronta. Quando ti trovi al bivio non devi pensare di raggiungere un obiettivo: non è il momento di fare piani. Tutti preferiscono la vita alla morte, e ragionandoci su si sceglierà la strada della vita. Ma se tu manchi allo scopo e resti in vita, sarai in realtà un codardo. Se invece muori senza aver raggiunto l’obiettivo, la tua potrà essere una morte inutile, ma non ci sarà alcuna macchia sul tuo onore. Nel bushido l’onore viene per primo. Perciò ogni mattina ed ogni sera abbi l’idea della morte impressa nella tua mente…”

 

Questo è il significato del bushido, del primo bushido: la ricerca della morte, della bella morte. La morte come coronamento della propria esistenza di guerriero. Non aveva alcuna importanza che la morte fosse utile a qualcosa: bastava che fosse una morte onorevole. Nel 16° secolo la famosa cavalleria Takeda, il battaglione di samurai a cavallo che per due secoli non era mai stato sconfitto, attaccò una postazione di Oda Nobunaga posta su una collina difesa da una squadra di archibugieri. I 15000 cavalieri attaccarono un’ondata dopo l’altra e vennero spazzati via dal fuoco micidiale dei moschetti, un’ondata dopo l’altra, senza riuscire nemmeno ad avvicinarsi al nemico. Nessun samurai prese in considerazione la possibilità di ritirarsi per sopravvivere, e magari attaccare domani da una posizione migliore. Questo ragionamento era al di fuori della mentalità del bushido, avrebbe potuto essere il ragionamento di uno stratega, di un generale, non di un samurai. Ma il loro condottiero, il daimyo che avrebbe potuto prendere questa decisione, Takeda Shingen, era morto poco tempo prima ed in mancanza di un degno successore era stato provvisoriamente sostituito da un kagemusha, da un sosia. Forse qualcuno ricorderà il film di Kurosawa “Kagemusha”, che si ispira a questi fatti. Il comando era poi stato affidato al giovane nipote Katsuyori che nel corso della battaglia aveva dimostrato la sua totale incapacità di prendere una decisione. Alla fine della giornata l’invincibile cavalleria Takeda semplicemente non esisteva più.

Probabilmente questa affannosa ricerca della bella morte, anche se inutile, non è solo prerogativa nipponica: ricordo un’altra cavalleria, i famosi 600 di Balaklava, che nel corso della guerra di Crimea attaccarono assurdamente l’esercito dello Zar. Avanzarono orgogliosamente contro i cannoni, continuando ad attaccare  fino all’annientamento totale.

Qualcuno forse penserà adesso ai kamikaze della seconda guerra mondiale. Il kamikaze, come abbiamo raccontato nella sezione dedicata alla storia,  era stato il vento divino, l’uragano che per due volte aveva spazzato via la flotta d’invasione mongola. I kamikaze dovevano essere il nuovo vento divino che si abbatteva sulla flotta d’invasione americana, da cui il nome. Erano aviatori che nel corso della battaglia attaccavano navi da guerra nemiche e perdevano la vita nella missione. Nulla a che spartire con un terrorista in abiti borghesi che si fa esplodere in mezzo ad una folla di civili. Oggi sembra che si ponga l’accento soltanto sulla caratteristica suicida della missione, ma si dimentica che in realtà il cercare la morte, la bella morte, era comune a tutti i samurai educati allo spirito del bushido. Il termine fa quindi riferimento al vento divino, non certo alla morte che è data per scontata. Il kamikaze avrebbe potuto anche salvarsi gettandosi con il paracadute prima dell’impatto, ma perché perdere una così bella occasione di morire con onore?


Il bushido si è sviluppato in tre diverse fasi:


1. Il bushido guerriero. È il bushido classico dei racconti epici. Iniziò nel periodo Kamakura e durò circa 4 secoli. È quello descritto nell’Hagakure.

 

2. Il bushido confuciano. Durò tutto il periodo Tokugawa, periodo di pace, in cui il bushido rappresenta più che altro un codice cavalleresco di comportamento. È il bushido trasmesso alle arti marziali moderne.

 

3. Il bushido nazionale. Dalla restaurazione Meiji ad Hiroshima. Ha lo scopo di diffondere anche tra il popolo il concetto di lealtà, soprattutto lealtà alla nazione, basata sul chu, inteso ora come fedeltà all’imperatore, in contrapposizione al chu dei secoli precedenti, fondato sulla fedeltà al signore feudale.

 

A questo punto dobbiamo fare una breve digressione per spiegare che cosa sia il chu. Il popolo giapponese ha sempre preso molto sul serio il concetto di debito morale, di debito di riconoscenza. Il debito viene chiamato giri e l’onere che si assume prendendosi in carico questo debito è detto on.  Se un giapponese riceve un favore, ha l’obbligo di ripagarlo e questo debito aumenta sempre di più con il passare del tempo.

L’onere non è soltanto una forma gioiosa di ringraziamento, ma assume anche una valenza negativa di imposizione, di costrizione per questo impegno che si è tenuti ad onorare. Per questo se un giapponese inciampa per strada, nessuno lo aiuta a rialzarsi: sarebbe scorretto approfittare di un momento di debolezza per imporre un on ad uno sconosciuto. Vi sono però dei debiti talmente grandi che non potranno mai essere ripagati: ad esempio il debito verso i genitori per il dono della vita non potrà mai essere ripagato, perché qualsiasi cosa facciamo per ripagarlo, possiamo farla soltanto in quanto siamo vivi e quindi va in realtà ad accrescere il nostro debito. Analogamente il debito di riconoscenza verso il proprio signore, che è la fonte di vita dei suoi sudditi. Questo tipo di debito che non potrà mai essere pagato viene detto genericamente gimu e comprende il ko, il dovere verso i genitori, il chu il dovere verso il sovrano ed il nimmu che è il dovere verso il proprio lavoro. Trasferire il chu sulla figura dell’imperatore significa far sì che l’intera popolazione sia tenuta a qualsiasi sacrificio richiesto dai politici che governano in nome dell’imperatore, perché a ciò i sudditi sono obbligati dal loro debito.

Il bushido nazionale non è quindi stato altro che una forzatura politica, fortunatamente durata solo pochi decenni. Del bushido guerriero abbiamo già detto, mentre nel bushido confuciano vediamo successivamente rifulgere tutti quei principi etici ed estetici mediati dalla dottrina di Kung Fu Chan e basati sul concetto filosofico dell’armonia. Sono quei dettami morali che oggi ritroviamo in tutte le discipline giapponesi e che identificano immediatamente una certa mentalità. Comprendono anche quella sensibilità d’animo e quell’amore per il bello mirabilmente espressi nella poesia, nella letteratura, nella pittura, nel cinema.

 

Tra le tante  virtù possiamo citare:


  •   YU, il coraggio: è la virtù principale per un guerriero.  Il coraggio in battaglia deriva direttamente dallo sprezzo nei confronti della morte, ma non è solo di questo che vogliamo parlare. Per Confucio il coraggio è compiere ciò che è giusto. Occorre coraggio per compiere sempre ciò che è giusto. Precipitarsi in mezzo alla battaglia e farsi uccidere è cosa che chiunque può fare, ma il vero valore è quello di vivere quando è giusto vivere e morire quando è giusto morire. La tranquillità d’animo è considerata come la manifestazione statica del coraggio: un uomo veramente coraggioso rimane sempre sereno ed imperturbabile. Anche da noi si dice “guardati dall’ira di un uomo tranquillo”.

 

  •   MERYO, l’onore: altra virtù fondamentale per un samurai.  Il senso dell’onore, espressione del rispetto verso il rango cui si appartiene, è profondamente radicato nell’animo giapponese: il trovarsi in imbarazzo, essere deriso, provare vergogna erano le situazioni maggiormente paventate da un guerriero, che a volte giungeva anche ad eccessi per difendere il proprio onore. Il dovere verso il proprio nome, che non deve macchiare con azioni indegne, è uno degli on cui il giapponese è sottoposto, e questo ha dei risvolti difficilmente comprensibili da un occidentale: ad esempio il giri verso il proprio nome impedisce di ammettere gli errori commessi. 

 

  •  GI, la giustizia, la rettitudine: non è la semplice osservanza delle leggi, che spesso consentono di essere aggirate, ma il rispetto di un concetto superiore di giustizia, che parte dal cuore. Ognuno sa che cosa è giusto, anche se spesso finge di ignorarlo. Nulla ripugna di più all’animo di un samurai di un comportamento subdolo. Da gi deriva il termine giri, obbligo morale, di cui abbiamo già parlato. 

 

  • FUDOSHIN, la fermezza d’animo: esprime la volontà di dirigersi verso la propria meta con tutto noi stessi, senza che nulla ci possa distogliere, né minacce né lusinghe. Chi è alla mercé delle proprie emozioni subisce gli eventi senza poterli controllare, è come un tappo di sughero in un mare in tempesta.

 

  • JIN, la benevolenza: riflette lo stato d’animo di chi accetta l’universo così com’è e cerca di armonizzarsi ad esso piuttosto che volerlo cambiare, accettando quindi anche i difetti del prossimo.

 

  • REI, l’etichetta, la cortesia: non ha nulla a che vedere con il galateo od altri manierismi senza significato. Rappresenta il nostro modo gestuale di esprimere il rispetto e la considerazione verso un’altra persona.

 

  • SHIN, la fiducia: chi possiede shin non mancherà alla parola data né tradirà la fiducia in lui riposta, comportandosi sempre con coerenza.

 

  • CHU, la lealtà: è l’obbligo più grande. Non è dissimile dal concetto di lealtà presente in ogni popolo, ma in Giappone viene elevato a vertici che noi occidentali potremmo considerare assurdi. Il dovere verso il proprio signore viene prima di qualsiasi altra considerazione riguardante la propria vita, il proprio nome, la famiglia, i genitori, tutto. In effetti nella filosofia giapponese non è mai esistito il concetto di bene o di male, ma soltanto la difficoltà di far conciliare tra di loro le diverse categorie di doveri, che spesso imponevano obblighi contrastanti. L’abilità del guerriero stava nel riuscire a trovare la soluzione giusta,  anche se questa poteva essere penosa o costare sacrificio. Ovviamente non aveva alcun senso per la mentalità giapponese il compromesso tutto occidentale che l’obbligo preso per primo escludesse gli altri, o che quello più importante rendesse nulli quelli che contrastavano con esso. Se non vi era soluzione l’unico modo di uscirne con onore era il seppuku.

 

 

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